(Medina Reyes)
Prendete me, un’altra vittima, (NON nel senso di vittimismo, ma nel senso
di persona che ha subito un danno). Molti, con ipocrisia e malafede, fanno ideologia sulla vita vera delle persone, e dicono “…Questo non nega i tuoi diritti come quelli di tutti coloro che l'ordinamento non riconosce” tranne poi giudicare la mia unione non sancita da una firma, come insana e in malafede. A costoro
ricordo che:
--Avevo un lavoro amatissimo, eppure l'ho lasciato per stare accanto al mio compagno, mio marito, per avere un bambino. In una clinica di Roma ci sono 5 embrioni congelati: non credo che ci si sottoponga a cure lunghe e dolorose se si è incerte dei propri sentimenti.
--NON mi sono fatta pubblicità per la morte del mio compagno, semplicemente lotto per vedere riconosciuti i diritti di tutti i conviventi umiliati e offesi, che come me non hanno diritto ad essere invitati nemmeno ad una commemorazione.
--Scrivere è stato l’unico modo per non soccombere al dolore, ed affermare con forza, contro le istituzioni che tagliavano via dalla vita di Stefano, una parte della sua vita, cioè me, la compagna che lui si era scelto e loro cancellavano come fosse una vergogna.
Chi crede poi che un libro possa dare ricchezza non conosce affatto il mondo dell’editoria.
--Stefano è stato ucciso da un camion-bomba durante il suo lavoro di cineasta, nella Base del Contingente militare italiano in Iraq che di pace non aveva nulla, dal momento che i militari erano soggetti al Codice militare penale di guerra.
Lotto affinché venga riconosciuta una responsabilità per la sua morte, nei confronti di chi ha concesso le autorizzazioni ad un regista, un civile, per girare un film-fiction in una zona di guerra.
--Dal giorno della strage, 12 novembre 2003, la mia vita è cambiata.
Cancellata dalla vita di Stefano.
Colpita nel cuore e nella dignità ogni volta che il mio nome non è nella lista ad ogni commemorazione.
Colpita nella vita ogni nuovo giorno, per il futuro incerto.
E’ difficile descriversi e soprattutto ribattere ai veleni di alcuni giudizi.
Ma come ha detto Mario Moisio in un commento recente:
“Infine una rassicurazione: Il “potere” di Adele Parrillo, e di tutti coloro che si stanno battendo per il riconoscimento delle famglie di fatto, per buona pace dei moralisti, non è cosí grande come quello di alti prelati che possono paragonare il progetto di legge sulle unioni alla pedofilia e all’incesto e ricevere pure complimenti e solidarietà, oltre che spazio su giornali e tv che li presentano senza contraddittorio e pure investendoli di autorità morale. Il “potere” di tutti coloro che in Italia, in buona fede, cercano di far cessare l’ipocrisia e cercano di dare dignità a tante persone (coppie di fatto, eutanasia, fecondazione assistita ecc.) è molto limitato e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Con buona pace di chi vorrebbe una società uniforme, unica, senza anomalie fastidiose, in altre parole: disumana.
